gli editoriali di paolo bancale

universalità e separazione

Formuliamo una ipotesi di scuola: immaginiamo di radunare nello stesso posto e stesso habitat venti neonati venuti più o meno contemporaneamente al mondo nelle più disperse e tra loro lontane lande del pianeta, e proviamo, sempre nella stessa ipotesi, a farli crescere tutti assieme, nelle medesime condizioni. Verrebbero su ovviamente insensibili alle differenze dei colori della pelle o alla statura, parteciperebbero delle stesse esperienze sensoriali e cognitive, crescendo qualche differenza potrebbe manifestarsi sul piano caratteriale, il che è fisiologico, ma non sarebbero giammai divisi da lingua, tradizioni, religioni, origini familiari, costumi, culti, riti, alimentazione , cioè da tutti quei discrimini antropologici che dominano le “diversità” tra gli attuali, o anche precedenti, gruppi umani, così pregne di ostilità.
Forse questa storia assomiglia ad un mito controfattuale della torre di Babele e di tanti altri similari in altre culture, ma che aiuta a relativizzare e in ultima analisi ad annullare la pretesa “fatalità” dell’essere diversi, oltretutto ben oltre il limite della curiosità, bensì quelli della rivalità, odio, sopraffazione, conversione, conquista, schiavitù, omologazione forzata, pretesa gerarchizzazione di razze, etnie e mitologie.
Questa ipotesi tra l’altro verosimilmente realistica e non teoricamente impossibile, ci dice che certi tabù divisivi nel nome dei quali distinguiamo i capitoli di storia e di antropologia culturale, sono artificiosi, pretestuosi, speciosi a danno di un possibile ed augurabilissimo clima di reciproco sviluppo, di empatia, benevolenza e tentativa solidarietà, o almeno di neutrale indifferenza senza odio.
E non si tratta qui di rispolverare gli insiemi e Cantor ma soltanto l’unicità delle origini di fronte alle quali certe divisioni cruente che l’uomo ha fatto e fa nel nome di suoi presunti VIP, da Gesù a Maometto ad Abramo a Gengis Khan ad Ashoka, dalle crociate all’egira, dal negro al bianco, dal negriero allo schiavo, dal troppo ricco al tanto povero sono veleno che abbiamo confezionato con le nostre mani e col nostro abusato ego.
E le religioni, che sono la più illogica, capricciosa, fantasmatica, pluriforme frottola territoriale con cui l’uomo ha voluto ingannarsi e rovinare l’esistenza, a sé e a tanti tanti altri, vanno ridimensionate e superate come residui di un mondo homo homini lupus che si contentava delle grotte invece che templi, chiese, sinagoghe, moschee, jinja shinto, pagode dravidiche e delle loro volontà di potenza.