gli editoriali di paolo bancale

le religioni sono delle abitudini

Si può sempre prendere una nuova abitudine o perderla o lasciarla per sostituirla con un’altra che ci piace di più, ma ciò che è rilevante è che tutto ciò che noi intendiamo per realtà al di fuori di noi resta assolutamente quella che era, immutata. Le abitudini sono un fatto assolutamente personale che non sopravvive al tempo e che, per quanto ci riguarda, nascono e muoiono dentro di noi lasciando incontaminato il mondo che ci circonda come se non fossero mai esistite. Le abitudini altro non sono che uno schema anche automatico del nostro pensiero agente. La chiave psicologica, fisiologica ed etologica che è alla base del concetto di abitudine viene ben condensata dalla definizione che di questa parola dà il ben noto dizionario italiano Zingarelli, che al riguardo così recita: “La disposizione ad agire in un determinato modo acquisita con la continua e regolare ripetizione degli stessi atti”. “Stessi Atti“ che, nel mondo pilotato delle religioni, prendono il nome di “riti”, e la cui rigorosa prescrizione di puntigliosa regolarità nei più vari eventi della vita vissuta, dai tempi dei Veda indiani e della Torà ebraica ad oggi (es. battesimo, riti di passaggio, circoncisione, cresima, riti coniugali e funerari, ramadan, riti alimentari, preghiere e posture rituali, funzione liturgica obbligatoria della domenica o sabato o venerdì a seconda delle varie culture) rappresenta la scansione seriale imposta che “crea” l’abitudine o il riflesso pedagogicamente condizionato non lontano da quelli pavloviani.
Questo ben lo sapevano i “cervelli” delle arcaiche comunità umane, gli “intellettuali” ovvero i dotti che conoscevano la scrittura, i movimenti celesti per la misura del tempo e le formule per scrutare il futuro, riconosciuti intermediari tra il “popolo” e la o le divinità del luogo. La loro indispensabile “forza politica” era funzione del consenso di fede della massa nelle loro facoltà sciamaniche; pertanto la necessità di “fidelizzazione” dei soggetti era il massimo requisito sociale. Nessun mezzo a tal fine era migliore della instaurazione di riti, ripetitivi, periodici, apotropaici e quindi rassicuranti, che divenissero una abitudine radicata, e a tal fine nulla soccorre meglio del concetto e del connotato di “sacro”. In tal modo i membri della comunità, senza avvedersene, si ritrovavano, ognuno, assicurati in una gabbia di comportamenti, supposti spontanei, che li assorbivano dalla mattina alla sera e dalla culla alla tomba: non vi è ora del giorno, o cambio di stagione, o evento personale o familiare ovvero fase della vita che ne è lasciata esente. Il vincolo etologico dell’abitudine faceva il resto. E lo vediamo ancora oggi.