gli editoriali di paolo bancale

popolo di santi, navigatori o preti?

Vivere significa vivere nel mondo, che a sua volta implica la accettazione di regole e ruoli che rendono la mutualità e l’organizzazione possibili. L’uomo nella sua storia aggregativa ha sempre fatto capo ad una comunità di base, orda, tribù, villaggio, ove si esercitava il potere nel supposto interesse comune. Poi le organizzazioni hanno fatto strada per giungere, come oggi, alla titolarità dello Stato, entità politica includente il tutto che insista su un dato territorio. Per esempio uno Stato liberale- democratico- solidaristico che fa pensare al principe illuminato che piaceva a Hobbes. E il popolo? È l’insieme dei cittadini che in un clima di libertà ed uguaglianza e di religione civica alla Thoreau si riconoscono nella grande madre Stato che ne rispetta le singolarità, ne tutela i diritti e ne contempla i doveri. Insomma uno Stato responsabile, partecipativo, ispirato ai valori più distribuiti nel suo popolo che, in un archetipo romantico, potrebbe ereditare il testimone etico dalla irenica Cavalleria, un mondo che aspirava al sentimento di giustizia ed ai valori della tradizione identitaria. Un popolo, quindi, che crede nel suo Stato, matrice, progenie e simbolo della sua Storia comunitaria. Un popolo che sia così popolo ha una caratteristica: rivedersi e ritrovarsi in un a data simbolo della fede in quello Stato, nelle sue radici e nel suo futuro. Mi sono trovato più volte nel giro di tanti anni nelle madrepatrie così come in propaggini molto lontane di Francia, Regno Unito e Stati Uniti nel giorno, rispettivamente della presa rivoluzionaria della Bastiglia, con cui inizia la civiltà moderna, nel Poppy Day che esprime in quel papavero portato con grande orgoglio la stima e il grazie a chi ha edificato nei secoli il grande Commonwealth britannico; ed il Giorno del Ringraziamento per la fiera testimonianza dei grandi Padri Fondatori e di cosa deve essere inteso per “I’m American!”. Quei popoli in quel giorno si trasmutano, la sacralità della loro Storia è materia di cuore, come ho potuto constatare fino alle lontane isole Marchesi per la Francia, o alle Falkland per l’UK o alla Amundsen-Scott Station al Polo Sud per gli USA.
Evviva loro! E l’Italia che ama strombazzare la lupa di Roma, le idi di marzo, il falso di Costantino, il sacro romano Impero e via così, si ritrova nella piadina comprata alle bancarelle della festa del santo patrono, o in pieno agosto nella artificiosa ricorrenza di una tale ebrea palestinese chiamata Maria, o nelle pagane processioni di un giorno chiamato Corpus Domini che non sanno cosa sia neppure a Lascia o Raddoppia. Eppure di eventi nei due secoli del nostro lottato e voluto Risorgimento ce ne sarebbero, ma soprattutto vi è il giorno del suo felice e doveroso compimento di fronte alla Storia e al nostro popolo: la Presa di Roma, urlata al mondo per tutto quello che il nome di Roma rappresenta, e simbolo che riunisce i nostri caduti noti ed ignoti a Cavour e Garibaldi nella Unità italiana. E invece no, Italia, resti serva di un Vaticano che ci è tanto estraneo, sarai condannata a fare come tue le loro feste clericali con l’ostensorio in piazza e la banda paesana in testa nei giorni di tali Giuseppe, Assunta, Immacolata, Procolo, Antonio, Pio, Gennaro ecc. ecc.